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Siamo tutti in vetrina

di Raffaela Nardelli
Communication Manager ServiceTech

Siamo tutti in vetrina

Esiste una fetta di persone che crede ancora che quello che viene scritto sui social rientri nella categoria della sfera privata, che “la vita non è Facebook” e allora che cosa è l'e-recruiting? Che ragione avrebbe di esistere se non avesse senso quello che viene scritto sui social?! Esistono nelle aziende dei cercatori di risorse on line che hanno come compito non solo quello di verificare le competenze dei potenziali candidati ma anche di fare una analisi preliminare sulla personalità del soggetto. Che sia eticamente corretto o meno questo potrebbe essere argomento di un altro articolo, in questa sede l’obiettivo è capire perché un recruiter potrebbe essere interessato a cosa scriviamo o “postiamo” sui diversi social network.

Generalmente un processo di selezione viene diviso in due parti: verifica delle attitudini personali e verifica delle competenze tecniche; la supervisione degli account social rientra nella prima parte, leggere cosa un potenziale candidato vuole dire alla sua cerchia di conoscenti disegna un profilo legato ai desideri della personalità sotto esame; partendo dal presupposto che non tutti sono coerenti con la propria personalità quando utilizzano i social network si può comunque risalire ad un altro indicatore di personalità: l’immagine che la persona in oggetto vuole dare di se stesso! Che questo sia poi coerente o meno con la personalità del soggeto poco importa, in quanto, il sistema di valori associato a quell’immagine verrà comunque riproposto sul posto di lavoro e ovunque egli vada poiché quella è l’immagine che egli vuole dare.

Ma cosa ci dicono i social network più di un colloquio personale? Durante un colloquio di lavoro generalmente vengono approfondite parti della personalità che non possono essere colte nell’immediato come l’affidabilità effettiva, la gestione della rabbia e la propensione all’entusiasmo. Il supervisionare un profilo Facebook permette al selezionatore di approfondire i dettagli del carattere di un soggetto! I social network hanno introdotto nel processo di selezione quello che viene chiamato “effetto grande fratello”. Chi ricerca lavoro da un lato ha l’opportunità di far vedere pubblicamente aspetti della propria personalità e quindi produrre un incentivo all’assunzione, dall’altro è sempre più rischiosa l’esclusione in base alle proprie opinioni o persino in base al proprio aspetto fisico (in primis la bellezza). A questo punto è chiaro che ogni professionista debba attivare una strategia di personal branding che rispetti i principi della comunicazione in generale:

1. Coerenza tra i diversi canali:
tutte le info pubbliche accessibili da Google devono confermare sempre le stesse informazioni;

2. Essere politicamente corretti:
non possiamo postare una foto su FACEBOOK dove manifestiamo contro il capitalismo e poi candidarsi per una multinazionale;

3. Avere un concept:
la domanda che deve guidare la nostra immagine è “come faccio a distinguermi da uno sviluppatore, designer, avvocato, architetto, scrittore etc.?”. Occorre rendere la propria professionalità riconoscibile.

Siamo in un momento storico dove tutti noi risediamo in una vetrina, dove non conta chi sa “vendersi nel miglior modo” dando un’immagine falsa di sé o facendo percepire un valore aggiunto che in realtà non c’è, ma chi nel mercato del lavoro ha delle competenze ed è coerente con queste capacità in qualsiasi luogo egli si trovi virtuale o meno che sia.